Feb 22, 2021

SAN GALGANO new updated edition

 

Our best-selling book SAN GALGANO, a 30 years long publication republished several times in different editions, just got a radical improvement. Many aerial pictures were added while the older and unrepeatable photos have been processed again for a modern quality result.

The book has Italian, English and German versions.

In addition a larger, hard cover version is now available on Amazon.

You can see here where to find all of our versions



Jan 31, 2021

LE ULTIME FRONTIERE edizione italiana de THE LAST FRONTIERS

 

La versione italiana di THE LAST FRONTIERS è ora disponibile sia nelle varie versioni elettroniche che in brossura, troverete i link nella pagina WHERE TO FIND OUR BOOKS di questo blog.

Questa è la prefazione al libro,

Quando ho iniziato a fotografare, circa quaranta anni fa, ero ispirato da un mondo ancora pieno di diversità etniche e culturali. Queste sono andate rapidamente dissolvendosi verso la fine del secolo scorso, o del millennio, se vogliamo essere più storici. E' stato per questo, per la mancanza di varietà culturali di rilievo, che mi sono dedicato poi, nell'ultimo ventennio, il primo del nuovo secolo, o del nuovo millennio, all'esplorazione di quelle frange del mondo dove l'umanità viveva ancora una fase pre-globalizzazione.

Questi erano i bordi del mondo umanizzato. Confini naturali, dove la vita seguiva ancora ritmi antichi perchè condizionata dalla potenza dell'ambiente. O confini artificiali, politici, segnati dalla storia e dai contrasti di secoli. I primi si stavano già affievolendo grazie alla rapida diffusione della tecnologia, dei social network che seguivano la televisione satellitare. I secondi sembravano destinati a scomparire grazie proprio alla globalizzazione economica, alla creazione di aree di libero scambio, all'eliminazione di visti e passaporti. Restavano però linee dove si concentravano contrasti e conflitti, flussi migratori e fughe da situazioni invivibili, muri che dividevano un mondo di apparente benessere da un altro che ambiva alle stesse condizioni.

Poi la reazione è arrivata. L'opposizione alle aperture dei confini, il ritorno dei nazionalismi, le paure del diverso, hanno di fatto cancellato quella comunanza di pensiero che i social network stavano spalmando su tutta l'umanità. A mio vedere questo è solo un nostalgico e futile rallentamento di un processo enorme e ineluttabile. l'aprire l'ombrello quando una diga cede. Arriva comunque troppo tardi per salvare quella diversità culturale che è oramai compromessa. Quello che differenzia oggi chi sta sui due lati delle nostre linee politiche è solo la condizione economica, non l'insieme dei valori che ognuno si porta nello zaino.  Dunque questi non sono più i confini che io andavo cercando, i luoghi dove la diversità si manifestava evidente, si confrontava, a volte esplodeva.

Quelle ultime frange culturali continuano a affievolirsi anche quando si rialzano i muri.

 

Jan 6, 2021

CREDENTI la versione italiana di BELIEVERS è ora disponibile

 

La versione italiana di BELIEVERS è ora disponibile sia nelle varie versioni elettroniche che in brossura, troverete i link nella pagina WHERE TO FIND OUR BOOKS di questo blog.

Questa è la prefazione al libro,

Questa galleria di immagini è il frutto di un progetto durato vent’anni che ha portato alla pubblicazione di sei libri e diverse mostre fotografiche. Non troverete didascalie indicanti luoghi, eventi e tanto meno la fede cui i momenti di preghiera appartengono. Questo lungo periodo di ricerca ha rafforzato la mia convinzione che la fede, individuale e collettiva, risponde a un bisogno comune a tutta l’umanità. I precetti, i riti, le preghiere sono vari ma la profonda radice che gli accomuna ne rivela più le similitudini che le diversità. Se un ordine vogliamo cercare in questo flusso di momenti è un andare dalla preghiera individuale, quella dove la spiritualità più profonda cerca risposte e consolazione, fino alle celebrazioni collettive dove il credere diviene simbolo, evento, comunanza di valori. E sono proprio queste similitudini nella fede, tradotte in gestualità, che mi hanno guidato nell’avvicinare credi diversi, con l’intermissione di luoghi e simboli.

Io non credo. Nel senso che non faccio riferimento a nessuna religione in particolare. E’ vero che ho avuto un’educazione cattolica, come la maggior parte dei bimbi italiani, ma sono poi cresciuto con l’ideologia socialista che descriveva la religione, quella istituzionalizzata e strutturata, come “l’oppio dei popoli”. Che questa sia il più potente strumento di controllo sociale è fuor di dubbio, ma che le ideologie del secolo scorso siano rapidamente cadute nello stesso vortice ideologico è innegabile, con simboli, profeti e celebrazioni collettive che poco avevano da invidiare alle liturgie più conservatrici.

Ho il più grande rispetto per la spiritualità individuale, compresa la mia, dal carattere incerto, per la ricerca di comunione con quella dimensione i cui confini sono indefinibili, così come conservo la mia critica a quelle istituzioni religiose che espandono la loro influenza alla componente politica ed economica della società, a volte con intromissioni importanti, altre volte addirittura con la pretesa di sostituirsi ad esse. Ben poco resta dell’abbandono delle ricchezze del principe Siddhartha nei Sangha contemporanei; e ancor meno degli insegnamenti di Cristo nelle elaborate celebrazioni delle chiese che a lui si riferiscono, spesso tenute in strutture sfarzose che farebbero impallidire qualunque “mercante nel tempio”. Radicalizzazioni ancora più grossolane sono applicate alla essenzialità etica che Maometto aveva esposto nel Corano, ispirato dalla semplicità della vita in ambienti desertici.

Sono considerazioni controverse, facilmente tacciabili di superficialità, per nascondere un’evoluzione che in millenni ha profondamente alterato le dottrine originali. Quello che non è mutato, e che ancora mi affascina, è la sincerità d’animo di chi si inchina davanti a un simbolo, a un luogo, a un paesaggio, in realtà all’inafferrabile, in cerca di se stesso.

 

Oct 5, 2020

BELIEVERS The Book Introduction

 

This is my introduction to the new book

BELIEVERS

Acts Of Faith: Spirituality Gestures And Celebrations

This gallery of images is the end result of a twenty-year-long project that has led to the publication of six books and several photograph exhibitions. You won’t find captions describing where or when the photos were taken or the particular religion featured. This long period of research has reinforced my conviction that faith, both individual and collective, meets a need shared by all humanity. The precepts, rituals and prayers differ but the deep roots they share reveal more similarities than differences. If we want to find meaning in the chaos, we might start with individual prayer, where the most profound spirituality seeks answers and consolation, and culminate in collective celebrations, where belief becomes a symbol, an event or a sharing of values. It is these similarities between the faiths, manifested in the similar gestures used across different religions, that led me to explore different beliefs, places and symbols.

I am not a believer. In the sense that I don’t follow any particular religion. It is true I had a Catholic education, like most Italian kids, but I was brought up under the socialist ideology that described institutionalised, structured religion as “the opium of the people”. It is without doubt the most powerful instrument of social control, but it is also undeniable that the ideologies of the last century have rapidly fallen into the same ideological vortex, with symbols, prophets and collective celebrations that diverge little from the most conservative liturgies.
I have the greatest respect for individual spirituality, including my own, shaky though it is, and for the search for communion with that dimension whose boundaries cannot be defined. My criticism is reserved for those religious institutions that seek to expand their influence into politics and economics, at times by simply making strong statements, at others even trying to supplant them. Precious little is left of Prince Siddhartha’s renunciation of wealth in contemporary Sanghas. And even less of the teachings of Christ in the elaborate celebrations held in his name, often staged in sumptuous constructions that would make any “merchant in the temple” go pale. Even more extreme radicalisation is applied to the ethical austerity that Muhammad recorded in the Quran, inspired by the simplicity of life in the desert.
These are controversial considerations, easy to dress in superficiality, for hiding an evolution that over millennia has profoundly altered the original doctrines. What has not changed, and what still fascinates me, is the sincerity of a person kneeling before the indefinable, whether that be a symbol, a place or a landscape, in search of himself.


Sep 8, 2020

BELIEVERS Book Video Presentation


 

 
BELIEVERS, Acts of Faith: Spirituality Gestures And Celebrations
 
A new book is now available
 
Covid has allowed me time to catch up with my projects. With this book, a final selection of photos from a twenty years long project on prayer through major religions, already published in several books and stories, I feel like I'm completing my "retrospective trilogy" on my most productive years. Will tell more in future posts.…

Jun 14, 2020

NORWAY EXPLORER a new book



NORWAY EXPLORER is a new book with the texts by Ornella D'Alessio and maps by Antonio Monteverdi. 
English and Italian editions are available. 

Eight ideas for one or more ideal trips to Norway compiled and illustrated by highly experienced journalist and photographer. For those who do not yet know the natural, historical, artistic and cultural beauties of Norway and want to decide where and how to start their own exploration. But also for those who have already visited part of the country and are looking for new itineraries that have a rich variety of interests and ease of organization.
This is not intended to be a travel guide but a source of inspiration to choose which regions and which roads are closest to your expectations. Norway is a country that changes every time depending on the climate and light, in summer as in winter, so everyone will make his discoveries. Have a good trip!

Otto idee per uno o più viaggi ideali in Norvegia compilati da una giornalista e illustrati da un fotografo di grande esperienza. Per chi non conosce ancora le bellezze naturali, storiche, artistiche e culturali della Norvegia e vuol decidere da che parte iniziare la sua esplorazione. Ma anche per chi ha già visitato parte del paese ed è alla ricerca di nuovi itinerari che abbiano una loro ricca varietà d'interessi e facilità organizzativa.
Questa non vuol essere una guida di viaggio ma una fonte d'ispirazione per scegliere quali regioni e quali strade siano più affini alle proprie aspettative. La Norvegia è un paese che cambia ogni volta a seconda del clima e della luce, in estate come in inverno, per cui ognuno farà le sue scoperte. Buon viaggio!

May 21, 2020

THE LAST FRONTIERS, my preface to the new book, now available




When I started photographing, about forty years ago, I was inspired by a world still full of ethnic and cultural diversity. These have rapidly dissolved towards the end of the last century, or the millennium, if we are to be more historical.  When I visited Guatemala for the first time, it was 1987, ninety percent of the population still wore traditional costumes. When I returned there, in 1998, this percentage had practically reversed: ten years had been enough to erase centuries, perhaps millennia, of culture and traditions. It was for this reason, due to the lack of important cultural varieties, that I devoted myself, in the last twenty years, the first of the new century, or of the new millennium, to the exploration of those fringes of the world where humanity lived still a pre-globalization phase.
These were the edges of the humanized world. Natural borders, where life still followed ancient rhythms because it was conditioned by the power of the environment. Or artificial, political borders, marked by history and by the contrasts of centuries. The former were already fading thanks to the rapid spread of technology, of the social networks that followed satellite television. The latter seemed destined to disappear thanks to economic globalization, the creation of free trade areas, the elimination of visas and passports. However, lines remained where contrasts and conflicts were concentrated, migratory flows and escapes from unlivable situations, walls that divided a world of apparent well-being from another that aspired to achieve the same conditions.
Then the reaction came. The opposition to the openings of the borders, the return of nationalisms, the fears of the different, have in fact slowed the commonality of thought that social networks were spreading over all humanity. In my view this is only a nostalgic and futile slowdown of a huge and inescapable process. Opening the umbrella when a dam gives way. However, it comes too late to save that cultural diversity that is now compromised. What differentiates today those who are on both sides of our political lines is only the economic condition, not the set of values ​​that everyone carries in his backpack. So these are no longer the boundaries that I was exploring before, the places where diversity was evident, confronted, sometimes exploded.
Those last cultural fringes continue to fade even when the walls are raised.

Apr 25, 2020

THE LAST FRONTIERS chapters videos previews

Here below you'll find the presentation videos of some chapters from the forthcoming book








Apr 12, 2020

THE LAST FRONTIERS a forthcoming book



We are in the final editing of the book "THE LAST FRONTIERS, Journey Through The Borders Of Humanity".
This is the result of over twenty years of documentary reportage through the fringes of the modern world. Not only areas closed to political boundaries but also regions where humanity lives in a still pre-globalization phase.
I consider this a work in progress therefore I promise myself, and to you, updates to the project contents.
A small portion of the images (over 200 are included right now) has been exhibited already last year, but the show with the same name will feature more photos and will be ready with the book.
Some of these photos from the show are visible in the Fine Art Web Site, at this link.

And here is my presentation of the project:

When I started photographing, about forty years ago, I was inspired by a world still full of ethnic and cultural diversity. These have rapidly dissolved towards the end of the last century, or the millennium, if we are to be more historical.  When I visited Guatemala for the first time, it was 1987, ninety percent of the population still wore traditional costumes. When I returned there, in 1998, this percentage had practically reversed: ten years had been enough to erase centuries, perhaps millennia, of culture and traditions. It was for this reason, due to the lack of important cultural varieties, that I devoted myself, in the last twenty years, the first of the new century, or of the new millennium, to the exploration of those fringes of the world where humanity lived still a pre-globalization phase.
These were the edges of the humanized world. Natural borders, where life still followed ancient rhythms because it was conditioned by the power of the environment. Or artificial, political borders, marked by history and by the contrasts of centuries. The former were already fading thanks to the rapid spread of technology, of the social networks that followed satellite television. The latter seemed destined to disappear thanks to economic globalization, the creation of free trade areas, the elimination of visas and passports. However, lines remained where contrasts and conflicts were concentrated, migratory flows and escapes from unlivable situations, walls that divided a world of apparent well-being from another that aspired to achieve the same conditions.
Then the reaction came. The opposition to the openings of the borders, the return of nationalisms, the fears of the different, have in fact slowed the commonality of thought that social networks were spreading over all humanity. In my view this is only a nostalgic and futile slowdown of a huge and inescapable process. opening the umbrella when a dam gives way. However, it comes too late to save that cultural diversity that is now compromised. What differentiates today those who are on both sides of our political lines is only the economic condition, not the set of values ​​that everyone carries in his backpack. So these are no longer the boundaries that I was exploring before, the places where diversity was evident, confronted, sometimes exploded.
Those last cultural fringes continue to fade even when the walls are raised.

Apr 10, 2020

MARI project: Book and Show updated again



In these Covid times we have been working on the MARI project, adding yet more photos (now 55 images) and a nice introduction by Massimo Morello, a true sea-lover.
Here, below the usual links, is the introduction in both English and Italian version.
Stay safe and enjoy!

Available in paperback on Amazon
Also available on Apple iBooks, Amazon Kindle and Google Play
The 55 fine art photos catalogue for the show MARI (Seas) in an elegant gallery of images from around the world. You can preview them on out Fine Art website at this link
English and Italian Texts


“I am a farmworker,” the “Mari” photographer often says. It is the proud claim of his cultural heritage, of his close ties to his roots. Something deep-rooted and genetic that also manifests in the place he calls home, where he sporadically and briefly touches base and where the landlocked horizon offers plenty of topographical, chromatic and conceptual variety.
Even so, he spends much more of his time away from home. That is when seas appear on the horizon of our photographer farmworker and he becomes the Mari photographer (hereafter Mp).
Mari, the plural form of mare (Italian for sea), denotes a geographical idea. As civilisation historian Fernand Braudel wrote of the Mediterranean: “Not one landscape but innumerable landscapes. Not a sea, but a succession of seas. Not a civilization, but civilizations amassed on top of one another. The Mediterranean is a very old crossroads. For millennia everything converges upon it, mixing and enriching its history: pack animals, vehicles, goods, ships, ideas, religions, arts of life”.
Seas plural, then, not the one “Boundless Sea” described by David Abulafia in “Human History of the Oceans”, in which he writes “ancient geographers (...) imagined it to be a single Okeanos of intermingled waters, a concept revived in modern use of the term ‘World Ocean’ to describe all the oceans as a single unit”. An archetypal sea described by Philip Hoare, a kind of marine Henry Thoreau, in “The Sea Inside”: “Perpetually renewing and destroying, the sea proposes a beginning and an ending, an alternative to our landlocked state, an existence to which we are tethered when we might rather be set free”.
In short, seas are where our Mp spends a lot of time working, which is also true of fishermen. In his essay “La letteratura italiana e il mare” (Italian Literature and the Sea), Goffredo Fofi describes fishermen as “farmworkers of the sea”. In Italy at least, “the world of fishermen and sailors had to be decisively, firmly anchored to the land”. This is also true of the Mp. He is anchored not just to his land of origin, his home village, fields and countryside which continue to be his safe harbour, but also to the land as a geographical space, the planet’s surface where, thinking back to Braudel, our entire history has played out. One land surrounding the sea, then, not the other way round. You only have to look at his images. Barring a few rare exceptions, the seas are shot from land. It is the land that insinuates itself into the sea, that rises out of it in the form of rocks and cliffs, that shapes its geometry, colours, life and work. It is on the land that the sea leaves its mark, whether as shipwrecks or the seabed revealed by a low tide.
In some shots the seas are shown from above, providing a bird’s eye view of how the water intersects with the land. Birds, not fish, are the animals seen most often in the photographs. Air and land, then, more than sea. In Mp’s images, the seas are almost latent, like exposed yet still indistinguishable images waiting to be developed in order to be seen. It’s an action or interpretation that arises from the Mp’s professional background. It’s what led him from the darkroom to the computer.
But what is the real and most profound connection that ties our photographer farmworker to the seas? The similarity between farmworkers and fishermen isn’t enough of an explanation. Unless you look at it as a parable hiding a latent truth. In this case, the unconscious desire to be a sailor, not a farmworker. And there’s one simple reason for it, as explained by Björn Larsson in “Raccontare il mare” (Stories of the Sea): “The advantage of being a sailor is that people expect you to leave sooner or later. That’s the basis for his whole reputation. The sailor who puts down roots quickly loses his rakish, adventurous appeal.” And those who know Mp know how much he dislikes “putting down roots”. The sea is where he channels his existential urges. “It gives you the chance to meet other kinds of people, the locals in each place. And to live a nomadic life...the sea is the place for trying out other lives, other thoughts, other identities, other passions, for putting yourself on the line”. But there’s more. “It’s inspired by the sea as a space where you are free to move around, where nation states have not yet managed to put borders, a place where you can see far into the distance, and where you can imagine what might be over the horizon.” It’s no surprise that this kind of thinking is behind another of the Mp’s collections, entitled “The Last Frontiers. A Journey Through the Borders of Humanity”, where he recounts forty years of work inspired, at least initially, by a world rich in ethnic and cultural diversity.
All this talk of journeys and horizons brings to mind a quote: “Some years ago—never mind how long precisely—(...) I thought I would sail about a little and see the watery part of the world. It is a way I have of driving off the spleen and regulating the circulation”. I have left out the first three words, the most famous ones, which would immediately identify it as the opening line of “Moby-Dick”: “Call me Ishmael”. But only because I wanted to apply it to myself. And to the Mari photographer, obviously.
 
 
«Sono un contadino» ripete spesso il fotografo di “Mari”. È la rivendicazione orgogliosa di un’eredità culturale, di un legame con le origini. Qualcosa di profondamente radicato, genetico, che manifesta anche nel luogo che definisce casa, là dove vive le sue brevi stanzialità e dove l’orizzonte è di terra in tutte le sue sfumature topografiche, cromatiche e concettuali.
Ben più lunghi, però, i suoi periodi nomadici. Ed ecco allora che all’orizzonte del nostro fotografo contadino appaiono i mari e diviene il Fotografo di Mari (d’ora in poi FdM).
Mari, appunto, che nel plurale definiscono un’idea geografica. Come ha scritto lo storico delle civiltà Fernand Braudel a proposito del Mediterraneo: “Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà̀, ma una serie di civiltà̀ accatastate le une sulle altre, insomma, un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere”.
Mari, dunque, non il “Boundless Sea”, il mare sconfinato narrato da David Abulafia nella sua “Human History of the Oceans” il “mare immaginato dagli antichi geografi come un singolo Okeanos di acque mescolate, concetto che rivive nell’uso contemporaneo di ‘mondo oceano’ per descrivere gli oceani come una singola unità”. Il Mare archetipo descritto da Philip Hoare, un Henry Thoreau marino, in “The Sea Inside”: “Nel suo continuo ciclo di creazione e distruzione, il mare rappresenta un inizio e una fine, un’alternativa a un’esistenza bloccata, un’esistenza cui siamo legati, quando potremmo invece liberarci”.
Per il nostro FdM, insomma, questi sono un luogo di lavoro, proprio come accade per i pescatori. Non a caso nel saggio “La letteratura italiana e il mare”, Goffredo Fofi definisce i pescatori come “Contadini del mare”. Almeno in Italia, “il mondo dei pescatori e dei marinai doveva ancorarsi alla terra, decisamente, saldamente”. Anche, lui, il FdM, è saldamente ancorato alla terra. Non solo a quella d’origine, terra come territorio, borgo, campi e campagna, che continua a essere il suo approdo. Ma anche alla terra in quanto spazio geografico, strato superficiale del pianeta, dove, continuando a pensare a Braudel, si osserva lo sviluppo della storia. Una terra, quindi che circonda il mare e non viceversa. Basta osservare le sue immagini. Salvo rare eccezioni i mari sono ripresi dalla terra. È la terra che s’insinua nel mare, che emerge dal mare in scogli e falesie, che frange le onde, che ne definisce le geometrie, i colori, la vita, il lavoro. È la terra in cui il mare lascia le sue tracce, siano esse relitti o fondali scoperti dalla bassa marea. 
In alcuni casi i mari sono osservati dal cielo, a volo d’uccello, ancora una volta per definirne meglio il disegno che compongono nelle intersezioni con la terra. Così come sono uccelli e non pesci gli animali che popolano queste foto. Aria e terra, dunque, più che mare. I mari, nelle immagini del FdM, sono quasi latenti, come le immagini esposte ma ancora invisibili, che attendevano lo sviluppo per apparire. Un’azione o interpretazione, anche questa, che deriva dalla storia professionale del FdM. Che l’ha condotto dalla camera oscura al computer.
Ma allora, qual è il legame vero, più profondo che lega il nostro fotografo contadino, con il mare, i Mari? Non è sufficiente, a questo punto, la similitudine tra contadini e pescatori. A meno che non la si voglia interpretare come una parabola, che nasconda una verità latente. In questo caso il desiderio inconscio di essere marinaio e non contadino. Per un motivo semplice, descritto da Björn Larsson in “Raccontare il mare”: “Il vantaggio di essere marinaio, in effetti, è che la gente dà per scontato che ripartirai. È la base stessa del mito. Il marinaio che mette radici perde presto il suo potere di sedurre e di far sognare”. E chi conosce un po’ il FdM sa quanto rifugga dal “mettere radici”. Il mare, invece, è il collettore delle sue pulsioni esistenziali. “E’ la possibilità di un incontro con l’altro, con lo straniero del posto. È poter vivere da nomadi…il mare è il luogo in cui è possibile sperimentare altre vite, altri pensieri, altre identità, altre passioni, insomma mettersi in gioco”. Ma c’è di più. “Si ispira al mare come spazio dove si può essere sempre un po’ liberi di muoversi, dove le nazioni non sono riuscite a imporre ovunque le loro frontiere, un luogo dove si vede lontano, dove si può sempre sognare quel che si nasconde oltre l’orizzonte”. Non è un caso che proprio alle ultime frontiere, il FdM abbia dedicato un’altra raccolta d’immagini: “The Last Frontiers. A Journey Through the Borders of Humanity”, dove racconta quarant’anni di lavoro ispirato, almeno all’inizio, da un mondo ricco di diversità etniche e culturali.
Allora tanto vale concludere questa introduzione con un incipit. “Qualche anno fa – non importa quanto di preciso - pensai di viaggiare un po’ per mare e di vedere la parte acquatica del mondo. È il mio modo di combattere la malinconia e di controllare la circolazione”.  Ho omesso le prime due parole, le più famose, quelle che fanno immediatamente riconoscere “Moby Dick”: “Chiamatemi Ismaele”. Ma solo perché volevo farla mia. E del Fotografo di Mari, ovviamente.